Diario di campo

Un paesaggio internazionale indistinto

Ciò che stiamo cercando è un collegamento diretto tra sociologia visuale e urbanistica sociale. Per urbanistica si intende la trama di sfondi concreti in cui si svolge la vicenda del film documentario, attraverso un terreno urbano e sub urbano in cui la distinzione tra natura e paesaggio costruito non è più convincente. Ciò che avviene all’interno di Shelter non ha solo la forma di un diario, oppure di una canzone, ma è la conseguenza di un preciso processo di ambientamento. Quanto questo viaggio sia universale e possa corrispondere ad un percorso collettivo, e rappresentare un fenomeno condiviso, è parte della ricerca.

 

[read more=+ less=-]

 

In questo dubbio risiede una costrizione di approccio metodologico. Può il caso singolare di un essere umano riuscire a fornire un esempio di natura universale ?
Probabilmente anche la decisione, partecipata e condivisa tra attore e regista, di non riprendere il personaggio in pieno volto per non svelare l’identità, dando vita così ad una maschera, è un fattore strutturale che solleva il portato individuale al rango di esponente di un dramma collettivo.

Si sfida in questo punto la statistica e la pura ricerca accademica, passando dall’empirismo dell’esperienza al valore mistico e catartico dell’incontro, nella sua delicatezza, espandendo il valore e il significato di quello che si intende comunemente con ricerca di campo. In questo senso, ogni storia possiede connotazioni che la rendono universale, ed esiste un importante precedente storico e letterario, come il caso di Kaspar Hauser, in ambiente germanico, e dell’Enfant Sauvage, in ambiente francese. Siamo al cospetto di figure che hanno del leggendario e che hanno ispirtato capolavori della storia del cinema (Herzog, Truffaut).

La vita di Pepsi in Europa, racchiusa nei minuti del montaggio finale del documentario e più espansa nei materiali di ricerca da quali ancora è possibile lavorare, può essere la storia di un Kaspar Hauser del XXI secolo. La sua storia è di per sè una parabola, all’interno della quale giacciono i semi di una critica profonda alla cultura coloniale. Questa parziale consapevolezza, a tratti, illumina di senso una vita rendendola esemplare. Il cinema a sua volta trasforma e rende epico un fatto così quotidiano come l’atto di auto-riprendersi, come guardarsi in uno specchio, in questo caso semovente e istantaneo.

Questo gesto iper contemporaneo e mimetico, racchiude nella sua fragilità i temi portanti di un’epoca: l’epoca dell’auto-rappresentazione immediata. Questo gesto ha a che fare con il tempo e con la preferenze di costume, che a loro volta si basano sul consolidamento progressivo della società dei consumi. In questo senso il cellulare, onnipresente tra le mani di Pepsi, è un bene di conforto, così come è un bene di rifugio. All’interno dell’oggetto telefonico si sono trasferite parti delle nostre vite sempre essenziali, intime, al cui accesso non è possibile rinunciare, ne tantomeno allontanarsi.

Da questo lato si intende il telefono come scatola, come raccoglitore, più che come strumento comunicativo. Comunicazione e sopravvivenza, desiderio e ambientazione. Questo rapporto complesso è ciò che indaghiamo, anche inconsapevolmente.

Dove si muove il corpo e in quale direzione e con quali presupposti, modificati da un retaggio, nel caso di Pepsi, di tipo post-coloniale, in cui si evincono competenze, e incompetenze, linguistiche, relazionali, ritmiche. Il tema del ritmo non è secondario, dal momento che il corpo di Pepsi, si muove in uno spazio internazionale – indistinto – dovendo rispettare delle rigorose scadenze.

Essendo ospitata ufficialmente all’interno di una struttura deputata al suo inserimento nella società francese, ogni assenza deve limitarsi a pochi giorni, massimo cinque, pena la detenzione. Questa rincorsa al ritorno, cercando in un altro paese l’assistenza e il riconoscimento della stessa identità, per avere due soluzioni al momento dell’estremo bisogno, rende la vita di Pepsi simile a quella di un martire, o di un astronauta sperimentale in orbita continua tra un satellite e l’altro.
[/read]